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primo piano di un grappolo di uva bianca

Il Carnevale di Venezia: storia e curiosità

Articolo pubblicato nella categoria: Eventi Venezia il 29 gennaio 2007

Il Carnevale di Venezia

La Storia del Carnevale di Venezia

Le origini

Il Carnevale affonda le sue radici in più tradizioni, da quella latina dei Saturnalia a quella greca dei culti dionisiaci, che contrassegnavano il passaggio dall’inverno alla primavera e che contemplavano l’uso di maschere e di rappresentazioni simboliche. Periodo in cui apparentemente tutto era concesso, pareva incarnare il mito del mondo alla rovescia. In realtà il Carnevale era anche una forma di rigido controllo delle pulsioni, e la spinta verso l’eccesso costituiva una graziosa concessione per un tempo prestabilito. E a Venezia, società rigidamente oligarchica, era necessario dare l’illusione ai ceti più umili di diventare simili ai potenti, pur con una maschera sul volto: questo per stemperare le tensioni sociali e mantenere il consenso.

Il calendario dilatato
Carnevale di VeneziaIl Carnevale era assai prolungato. Cominciava normalmente il 26 dicembre per concludersi il giorno delle Ceneri, ma spesso venivano concesse licenze carnascialesche per l’utilizzo delle maschere fin dal 1° ottobre, e non era inconsueto assistere a feste e banchetti anche durante la Quaresima. Anche durante la festa della Sensa, che durava 15 giorni, era consentito l’uso della maschera e del travestimento. In poche parole, il Carnevale durava alcuni mesi, e questo ha certamente contribuito a creare l’immagine di Venezia come una città dedita al divertimento.

Il Ridotto
In questo clima di godimento non poteva mancare il gioco d’azzardo, e il Ridotto di S. Moisé, la pubblica casa da gioco gestita dallo Stato, divenne uno dei punti nevralgici del carnevale veneziano. Tra il 1638 (anno d’apertura) e il 1774 (anno della chiusura) migliaia di giocatori in maschera fecero sgorgare un fiume di ducati dalle loro tasche alle casse dello stato. Il Ridotto era aperto esclusivamente durante il Carnevale (che però durava anche alcuni mesi), e gli unici a essere esentati dall’uso delle maschere erano i croupier, i cosiddetti barnabotti, nobiluomini veneziani decaduti.

Il Carnevale del Settecento
Nel suo ultimo secolo di vita, la Repubblica (che cadrà per mano dei Francesi nel 1797) può sembrare concentrata solo sugli aspetti esteriori e frivoli della vita, anche se la realtà era assai più complessa. In quel periodo il Carnevale, con le sue feste, i suoi spettacoli, le sue maschere, i suoi teatri, la sua Casa da Gioco Pubblica, comincia a diventare un’attrazione turistica per tutta Europa, accogliendo migliaia di visitatori incuriositi di vivere quella atmosfera molto particolare ed effervescente. Venezia diventa “La calamita d’Europa”.

Carlo Goldoni
Nelle commedie di Carlo Goldoni (1707-1793) il Carnevale è citato tanto spesso che la sua vena compositiva diventa una preziosa fonte documentaria. Le opere stesse venivano rappresentate durante la stagione del Carnevale, che troviamo citato in alcune delle sue commedie più famose, come La vedova scaltra, Le massere, Le morbinose, I rusteghi, Una delle ultime sere di Carnovale. Goldoni non è certo benevolo nei confronti del lusso e del vizio ostentati durante il Carnevale e suggerisce, attraverso i suoi spettacoli, un tipo di divertimento semplice e parco.

Casanova tra mito e realtà
Giacomo Casanova è il personaggio che meglio rappresenta l’aspetto godereccio, lussurioso e decadente della Venezia settecentesca. Personalità assai complessa e articolata, in vita è stato considerato stregone, letterato, spia, libertino, evasore, giocatore inveterato, falsario, traditore, seduttore, baro, poeta, calunniatore, ateo, imbroglione, furfante, blasfemo, alchimista. Protetto dalla sua immancabile maschera frequentava i migliori salotti, i teatri più alla moda, il Ridotto ove sperperava ducati d’oro ai tavoli da gioco, e a volte non disdegnava neppure i postriboli più squallidi: ovunque passasse lasciava una scia di scandali, frenesia e vivacità.

Le curiosità del Carnevale


ARTE DEI MASCARERI E DEI TARGHERI – (fabbricanti di maschere e di scudi di cartapesta) il loro statuto (mariegola) è conservato nell’Archivio di Stato di Venezia e vi furono raggruppati in questa specializzazione dal 1463 al 1620. Poi si congiunsero con i Miniatori, disegnatori, indoradori e cartoleri (fabbricanti di carte da gioco).

CACCE – durante il Carnevale si svolgevano le cacce ai tori (a dire il vero, buoi) che si effettuavano dal 26 dicembre alla domenica precedente la Quaresima nei campi e nei cortili dei Palazzi. Si allestiva un anfiteatro con scalinate ed i buoi, in numero variabile a seconda dell’importanza della persona in onore della quale erano indette, legati per le corna, venivano condotti attorno all’arena dai popolani in calzoni corti di velluto nero, con un tabarro rosso ed un cappello a tre punte (rosso se Castellani, nero se Nicolotti). I “cavacani” aizzavano i cani contro i tori perché staccassero loro le orecchie, finché i tori sanguinanti venivano ritirati dopo alcuni di questi attacchi. I nobili che partecipavano alla caccia erano mascherati alla “barona”, ossia da pantalone, Brighella, Zanni, Tartaglia.

CONTROCARNEVALE – era indetto dalle autorità religiose per mondare e scongiurare i peccati carnevaleschi: processioni (anche per via acquea), tridui e devozioni venivano invocati in diverse chiese, quasi un preludio alla Quaresima.

DODICI – le botteghe di maschere esistenti a Venezia nel 1773, nelle quali erano impiegate 31 persone (18 capimastri, 7 lavoranti, 6 garzoni);un numero assai limitato, se si pensa al largo uso, quasi quotidiano che i cittadini e i forestieri facevano della maschera, un vero e proprio bene di consumo, che veniva in gran parte esportato (Lina Urban, L’arte dei mascareri, p. 24, Venezia Centro Internazionale della Grafica, 1989)

“EL VA! EL VA! EL VA!” Un fantoccio gigante che rappresentava la maschera di Pantalone veniva posto tra le due colonne della Piazzetta per poi essere bruciato mentre tutto il popolo intonava la nenia funebre: “El va! El va! El va… El carneval el va!” mentre dalle campane di San Francesco della Vigna i lenti e cupi rintocchi segnavano la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima.

FACANAPA – o Fracanapa, maschera nata a metà Ottocento, è l’anti-Pantalone, “filiazione di plebe, come Pantalone è concepimento di borghesia d’altra epoca”, dal naso a pappagallo, porta occhiali verdi, cappello a larghe falde, cravatta rossa, giubbone bianco a code lunghissime.

GNAGA – o il travestito, andava in giro mascherato da massaia, con in viso una maschera da gatta, di cui imitava il miagolare e invitando con lazzi osceni i passanti. Tenevano al braccio un cestello con un gattino, ed erano spesso scortati da amici travestiti da “tati” (neonati).

MARTEDI’ GRASSO – migliaia le maschere che si esibivano a Piazza San Marco nell’ultimo giorno di Carnevale, in cui sfilavano maschere particolari, come quelle che accompagnavano il funerale del Carnevale, parodiando goliardicamente la funzione portando a spalla il feretro. Della processione faceva parte il “Bernardon impiagao”, cioè piagato dalla sifilide e seduto sulla carriola spinta da un Pulcinella, come nel quadro di Gabriel Bella alla Querini Stampalia

MASCARA TE COGNOSSO, CHE TI XE VESTIA DE ROSSO – Ti conosco al fiuto, a naso, all’odore, Dicesi in sentimento equivoco. Conosco il melo dal pesco e i tordi dagli stornelli, cioé conosco le tue mariolerie.

MATTACCINO – buffone: lanciava uova riempite di acqua di rose contro le dame che giravano nelle calli. Il gioco era tanto diffuso che il governo della Serenissima dopo aver tentato con varie disposizioni di abolire il “gioco delle ova” fece stendere lungo le Procuratie delle reti che proteggevano le dame nelle loro passeggiate.

NIZIOLETO – (fazzoletto) faceva parte dell’abbigliamento di popolane o piccolo-borghesi e veniva sollevato al di sopra del capo. Si coprivano anche con lo zendale (lunga stola in origine di cendale o taffetà di seta), e nascondevano la faccia con la moreta, piccola mascherina ovaliforme, trattenuta mediante un bottone chiuso tra i denti.

OMO SELVADEGO – bizzarro personaggio tra l’ingenuo e l’ostile, villoso, armato di nodosi bastoni, con pelli di animali vistosamente ostentate, spesso protagonista della festa del giovedì grasso.

PANTALONE – è la maschera veneziana più famosa, protagonista delle commedie di Goldoni, archetipo del vecchio mercante, ignorante e pedante, burlatore e burlato, stolto e saggio, ricco ed in rovina (Pantalon de’ Bisognosi) diventa nelle commedie goldoniane il “burbero benefico”.

QUARESIMA – era tradizione partecipare ad un banchetto “d’addio alla carne”( carne levare, da cui alcuni fanno derivare l’etimo carnevale) la sera precedente il Mercoledì delle Ceneri, in previsione dei digiuni e delle penitenze e dedicarsi agli ultimi divertimenti,”po magnerè, goderè, ve devertirè” come dice Goldoni in “Una delle Ultime Sere di Carnevale”

REVENDIGOLA – chi non poteva permettersi gli abiti sfarzosi del Carnevale, li poteva noleggiare dalla “revendigola”, come s’apprende nella commedia “Massere” di Goldoni e dedicarsi agli svaghi sul “liston.. Ghe xe un mondo de baronaggia, che no se pol caminar. Truffaldini, purichinelli, gnaghe…” (Le donne gelose, atto I°)

RIDOTTO – di S. Moisé, aperto esclusivamente durante il Carnevale (che però durava anche alcuni mesi), e gli unici a essere esentati dall’uso delle maschere erano i croupiers, i cosiddetti barnabotti, nobiluomini veneziani decaduti. Il gioco d’azzardo essendo uno dei divertimenti specifici del carnevale, fece del ridotto uno dei punti nevralgici del carnevale veneziano.

TORO – la “cazza” del toro si svolgeva il Giovedì grasso “giovedì della caccia” o “Berlingaccio”, quando veniva ucciso il toro che il Patriarca di Aquileia inviava come tributo annuale (con 12 pani, 12 porci). L’usanza prevedeva che un pezzo di quelle carni fosse dato in dono a ciascun senatore della Repubblica, mentre i pani si distribuivano ai carcerati. Normalmente corsa solo da uomini, in un’incisione di Giacomo Franco “La cazza del toro” vi sono rappresentate “due donne a correre”.

USI – e travestimenti carnevaleschi, in un manoscritto settecentesco conservato al Museo Corre (coll.Cicogna 3255.II/55): da serva di monache con cesto di buzzolai, da pescator con canestro di pesce, parlante, da Turco con pipa, ò scetro, da Pulcinella con cantaro de macaroni, parlante, da giangiurgolo, da corrier con cornetto e scuriel,da barcariol, parlante da Ebreo piangendo Carnoval, con bauta, tabaro, baretton, ò cappello mezo volto nero ò bianco, con cendale nero, e moretta di veluto, ò bocassino, ò fazziol in testa, da diavolo con vessica in mano, con abito fatto di soldini di rame, da orso incatenato e ballante, maschere che caminano per la città sopra scale, o alte crozzole, ecc.

ZANNI – satira cittadina del contadino inurbato, da cui derivano le caratterizzazioni di Arlecchino, Pulcinella ed infinite varianti di servo sciocco e servo furbo. L’abbigliamento specifico prevede un camiciotto e larghe brache bianche, un borsellino alla cintura e una mazza o batocio ( da cui l’appellativo di Arlecchin Batocio) ed un berretto floscio. E così è abbigliato Pulcinella, spesso associato a Pantalone, tanto da essere ormai considerata un maschera veneziana e viene scelta da Tiepolo come protagonista degli affreschi della Villa di Zianigo: Pulcinella e i saltimbanchi, Pulcinella innamorato; sul soffitto il famosissimo ovale con l’Altalena dei Pulcinella (1793).

I dolci tipici

I dolci della tradizione – I pasticceri erano riuniti nell’Arte degli Scaleteri, che prendeva il nome dalle “scalete”, ciambelle la cui forma ricordava un’inferriata o una piccola scala: pare fossero dolci di nozze. Ora non sono più prodotti, ma sulla tavola veneziana non mancano i “golosessi”, deliziosi dolcetti e biscottini da intingere nel malvasia o nello zabaione, come i “bussolai”, i “baicoli”, i “zaeti” di farina di polenta.

Frittelle e galani – Frittelle e galani sono il simbolo stesso del Carnevale.

Frittelle – In una terrina si impastano farina con latte, uova e zucchero, un pizzico di sale, un po’ di lievito di birra, uva sultanina, limone e delle mele grattuggiate. Ottenuto un impasto morbido, lo si fa riposare al caldo. Quindi in una padella con olio si friggono bene le frittelle fino a completa doratura. Ben scolate, vengono spolverate di zucchero.

Galani (crostoli) – Si tira una sfoglia con uova, farina, zucchero e burro, qualche goccia di anice e un pizzico di sale. Stesa sul tavolo, la si lascia riposare per un po’, poi la si tira il più possibile col mattarello. Quindi la si taglia a losanghe, facendo delle piccole incisioni al centro per favorire il formarsi delle piccole bolle. I pezzi così ottenuti si friggono, si lasciano riposare e si inzuccherano.

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